Il fotografo

“Buon giorno, compare Peppe, era ora!”, mi dice il barbiere quando entro nel suo locale.
Ho proprio bisogno di un deciso taglio di capelli, sono due mesi che manco dal paese.
“Buon giorno, Mastro Alfredo”, lo so ha ragione, ma lo sa che tipo di lavoro faccio, vero?
“Lo so,lo so. Da quando Garibaldi è passato di qui, la nostra vita è cambiata, ma la sua,poi……”
Mi siedo e rifletto: probabilmente è l’unico barbiere del sud che ti permette di riflettere in silenzio, se lo vuoi. Faccio il fotografo per conto dell’esercito piemontese, che è venuto qui per combattere quello che loro chiamano il brigantaggio, ma che per noi che ci viviamo dentro è semplicemente la rivendicazione ad un pezzo di terra e poterla lavorare in santa pace, per non far morire di fame i nostri figli. Garibaldi per acquistarsi la simpatia popolare aveva proclamato a destra e a manca immediate distribuzione di terre per poi fare tutto il contrario. In aggiunta. man mano che gli ex soldati borbonici sbandati tornavano nei loro paesi nativi erano accolti con ingiurie e sevizie dai liberali unitari. E quindi erano stati costretti a darsi alla macchia. “Corridori di campagna,” avevano cominciato a chiamarli.
Nelle campagne e sui monti intorno al mio paese ce ne sono tanti, nascosti nelle caverne sui monti tutti guidati dal terribile Ninco-Nanco, quello che quando rapisce un signorotto gli fa scrivere sulla lettera del riscatto” Io sono in mano della comitiva che tu sai….…..”. Lo conosco più che bene Giuseppe, siamo cresciuti insieme, abbiamo quasi amato le stesse donne, è più che un fratello per me.
Il mio lavoro consiste nel fotografare i briganti. L’esercito mi paga per fotografarli morti, con l’impegno però che io li debba far sembrare vivi, ancora terribili, ma domi. Il risultato a volte è così perfetto che la foto la devi guardare più volte per capire. Coperte le ferite mortali, lo metto su una sedia, con la testa appoggiata al muro, cappellaccio di panno in testa, braccia appoggiate sul fucile-trombone tra le ginocchia.. Certo debbo fare in fretta, ma ormai capisco in anticipo quanto tempo può resistere una messa in scena.
Quando il povero disgraziato è conciato troppo male, allora lo avvolgo nel mantello, magari seduto per terra e appoggiato ad un olivo. Ma sempre con fucile e pistole in primo piano.
Ma oggi Mastro Alfredo non ce la fa a stare zitto e non gli dò torto, visto quello che è successo.
“ Ma è una cosa giusta secondo lei?” mi chiede guardandomi nello specchio.
“Per nessuna ragione al mondo-gli rispondo-. La legge Pica ce la siamo trovata una mattina attaccata su tutti muri del paese, ce l’hanno imposta gli invasori. Se ieri notte a cinque chilometri da qui l’esercito piemontese, sotto la minaccia delle baionette ha costretto la gente a scendere in strada dove li aspettavano i plotoni che compivano esecuzioni a vista, ripeto, a vista, e tutte le case sono state incendiate, e i feriti lasciati a giacere sulla strada senza nessun soccorso, allora mio caro Mastro Alfredo, l’unità d’Italia non è un matrimonio ma uno stupro.”
“Ma cosa pensavano- insiste lui mentre mi regola i baffi – che noi ce ne stavamo con le mani in mano quando ci hanno obbligati alla ferma militare obbligatoria per sette anni. O quando ci hanno raddoppiato le tasse.”.
” Non è solo questo il problema, Mastro Alfredo, il fatto è che prima i nostri contadini potevano coltivare e mantenersi coltivando e facendo legna sulle terre demaniali pagando la decima, adesso invece hanno venduto tutte quelle terre organizzando le aste truccate ai cosiddetti galantuomini in combutta con i baroni. Le risulta che sia rimasta un pezzo di terra libera qui attorno ad Avigliano?. E contro chi protesti, gli dico alzandomi, visto il proclama speciale con le fucilazione sommarie anche a chi insulta lo stemma dei Savoia, il ritratto del Re o la Bandiera Nazionale, a chi è colto a trasportare due pani, oppure armato oppure sorpreso ad andare in campagna senza il lasciapassare del prefetto?.
Mentre lo pago gli aggiungo “La prossima volta le racconto la storia dei 443 milioni di monete d’oro spariti dalla Banca delle Due Sicilie di Napoli e sostituite da Cavour e Ricasoli con banconote di carta inconvertibile fraudolenta ed anche addirittura con le serie duplicate.”
Fatti pochi passi mi viene incontro rosso in viso il maresciallo: “Venga don Peppì. Venga subito con tutta l’attrezzatura alla frazione di Frusci. Finalmente l’abbiamo preso!”
“ E’ vivo?” gli chiedo con una punta di angoscia perché lo so di chi parla.
“Lo sa che abbiamo l’ordine di non fare prigionieri” mi sibila guardandomi truce.
Avrei voglia di spaccare tutte le lastre all’albumina. E’ successo quello che non avevo mai voluto prevedere.
Lo trovo per terra su una stradina impolverata in mezzo agli olivi. E’ appoggiato al muretto con intorno delle armi e altri due corpi. Ma c’è qualcosa che non mi convince. Tendo l’orecchio e capisco che è stato fatto fuori da un compagno che poi ha chiamato i carabinieri che hanno inscenato lo scontro a fuoco.
Non ti preoccupare, caro Giuseppe Nicola Summa, adesso tiro fuori il cavalletto e ti faccio addirittura più bello di come eri in vita, te lo giuro.
Gli spolvero la barba, una pulitina al cappellaccio, le bisacce e la cartucciera incrociate, gli metto bene in vista il gilet di velluto con le solite monete d’argento al posto dei bottoni e l’immagine della Madonna che spunta dal taschino, gli lucido come posso persino gli stivali. Se lo merita.
Impiego qualche minuto per rimettergli quel cipiglio da brigante, però non quello truce da nemico della legge, ma quello truce da difensore estremo del diritto a vivere dignitosamente.
E poi faccio quello per cui sono stato chiamato.

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