Era una dolce alba quella che vedeva la motobarca di Francesco Scarcella , detto “Ciccio formaggino” a causa di una voglia triangolare sul cuoio capelluto, attraversare il Mar Piccolo in direzione del suo allevamento di cozze. Alle spalle aveva il Ponte Girevole che si stava lentamente aprendo per far passare l’enorme nave militare con i marinai già in parata sul ponte e che aveva appena incrociato.
Il mare era liscio e raggiunse subito il suo quadro con i pali di castagno infissi sul fondo marino che sorreggevano le zoche di erbe palustri ritorte stracolme di cozze nere.
Era il momento della sciolinatura che consiste nel diradare i frutti ed eliminare le cozze morte ed i corpi estranei. “ Se continua così, mi sa che la prossima raccolta sarà eccezionale ,” pensò.
Poi ritornò con lo sguardo al pancione di sua moglie Concetta che sedeva a poppa.
Aveva voluto seguirlo perché la giornata era cominciata con uno scirocco schifoso che attaccava le vesti addosso e lei non se la sentiva di passarla seduta dietro il suo banchetto con i vassoi di frutti di mare in Via Di Mezzo, un vicolo largo 2 metri e senza un filo di vento fresco.
Cicce aveva acconsentito anche se la nascita era questione di giorni: almeno la velocità del barcone ed il viso al vento le avrebbero dato sollievo.
Legò una corda intorno al palo e cominciò a lavorare. Ogni tanto inseriva la grammedda tra il guscio ed il mantello di una cozza per aprirla ed osservarne il colore bianco avorio.
L’urlo ed il tonfo alle sue spalle furono improvvisi: si girò e vide Concetta stesa sul fondo della barca con gli occhi sbarrati ed evidente difficoltà di respirazione. Capì che stava per partorire, ma non capì mai cose fosse successo prima di ritrovarsi con un neonato che appoggiò sul petto di sua moglie e che protesse coprendolo con il suo maglione.
Nacque così Cataldo che illuminò il buio appartamento di un altrettanto buio vicolo della città vecchia, terra di antichi palazzi dalle pareti eternamente umide e scrostate.
L’ambiente circostante influenzò enormemente la sua formazione.
“E’ di Tard Vecchie”- dicevano quelli della città nuova al di là del ponte, quando volevano descrivere una persona con scarsa istruzione con la quale era meglio avere poco a che fare.
La conseguenza di questo isolamento fu naturalmente un sentirsi autorizzati ad ignorare molte delle regole della convivenza civile ed a rispettare quasi unicamente le regole indispensabili a sopravvivere nel dedalo dei vichi del quartiere: legge del più forte, soprusi, occhio per occhio, omertà, etc.
Cataldo, come tutti, alternò la frequenza alla scuola d’obbligo alla vita in strada e per guadagnare qualcosa il pomeriggio lo passava sul molo invitando i passanti a buttare nell’acqua qualche spicciolo che lui avrebbe recuperato sul fondo melmoso.
Crescendo, cominciò ovviamente ad accompagnare suo padre nella cura dell’allevamento di cozze e a 18 anni lo sostituì completamente. Non si intravedevano alternative lavorative: quello gli avevano insegnato e solo quello sapeva fare. Probabilmente anche lui avrebbe trasmesso a suo figlio quel mestiere.
Poche volte oltrepassava il ponte per recarsi nella città nuova, perché lì era difficile fare amicizia con qualche ragazza e sinceramente quello di cui aveva bisogno era appena fuori della sua porta.
Cominciò quindi a frequentare assiduamente una procace morettina che abitava a cento metri da lui.
Avvenne però un giorno che un giovinastro la importunò in maniera pesante ed oltraggiosa e Cataldo, che conosceva bene le regole dell’ambiente intuì cosa ci si aspettava da lui.
Lo incrociò nella piazza principale ed in un amen estrasse la molletta dalla sua tasca: la lama tracciò in silenzio una striscia di sangue dall’orecchio al mento del giovinastro.
Senza fiatare Cataldo continuò a passeggiare con calma mentre l’altro entrava di corsa in un bar; non si sentì particolarmente contrariato o preoccupato, erano cose che potevano succedere, non era il primo e non sarebbe stato l’ultimo nel suo quartiere.
Dopo cena andò a casa della sua ragazza perché era il Giovedì Santo, la sera nella quale, a mezzanotte, la statua della Vergine Addolorata viene portata fuori dalla Chiesa di S.Domenico ed accompagnata in processione alla ricerca del figlio morto. E la casa della ragazza era proprio davanti alla scalinata dalla quale sarebbe cominciata la peregrinazione.
Il vicolo, la piazza e le viuzze intorno erano piene di gente in attesa già da alcune ore.
A mezzanotte in punto dall’arco del portale della chiesa, spuntò sopra le teste di tutti, lì in alto, l’immagine oscillante della Madonna con il suo mantello nero e contemporanei furono l’attacco della marcia funebre, le grida e gli applausi.
Ci volle un’ora per venire giù dai cinquanta gradini del pendìo, perché questa era l’andatura degli otto perdoni che sorreggevano la statua: due passettini avanti, uno indietro.
L’Addolorata, con un cuore trafitto nella mano sinistra ed un fazzoletto di merletto bianco in quella destra, cominciò ad avvicinarsi al balcone, era la prima volta che Cataldo la vedeva così da vicino, poteva quasi toccare il suo volto dolente.
I Perdoni proprio sotto il suo balcone decisero di dare spettacolo e cominciarono la “nazzicata”, il suggestivo movimento ondulatorio a destra e sinistra, eseguito sollevando i talloni e senza avanzare di un centimetro.
La Vergine Addolorata era proprio in faccia a lui, con il volto reclinato sulla destra e le labbra leggermente socchiuse come a parlargli. Per venti minuti ondeggiò davanti a lui, come in un muto colloquio. Cataldo sembrava ipnotizzato. Poi la processione si mosse e si perse tra la folla, in direzione del mare.
Non fu eccessivamente loquace quella sera Cataldo e, quando tornò a casa a notte inoltrata, aprì l’armadio, mise i suoi indumenti in una valigia, svegliò i suoi genitori ed annunciò che stava partendo con il treno delle 6 per la Germania, perché era arrivato il momento di cambiare vita.