L’ultimo giorno

Sono fermo, alla fine di una lunga coda, alla guida della mia macchina e ne approfitto per riflettere: oggi è il mio ultimo giorno di lavoro probabilmente è l’ultima volta che percorro questa strada a quest’ora del mattino.
Sono le sei e sono in viaggio da mezz’ora. Sto andando a lavorare in città nel laboratorio di maestro Rashid, sono un intagliatore e creo piccoli crocefissi in olivo che vengono poi venduti come souvenir nei negozi di Betlemme.Dieci dollari al giorno in un paese con il 50% di disoccupazione non sono da buttare.
E’ la terza volta che faccio la coda in 15 chilometri, infatti questo è il terzo posto di blocco sul mio tragitto di ogni giorno, piazzato proprio all’ingresso della città, quello che è il più vicino all’ospedale. E per me non è certo una novità, visto che faccio sempre la stessa strada, anzi preciso che è l’unica perché a noi non è permesso percorrere l’autostrada .
Quando sto per avvicinarmi ai grossi blocchi di cemento del check-point messi a forma di cuneo mi chiedo sempre che tipo sarà quello che mi squadrerà accecandomi con la luce della torcia: sarà un fanatico militare di carriera? Oppure uno sbarbato di leva? Sarà nervoso o capace di dominare la sua paura?
Certo che ne ho viste di belle in tutti questi trentacinque anni di posti di blocco,dal 5 Giugno 1967 -la guerra del Kippur- , per essere precisi, ne ho viste tante che ormai scommetto che la rassegnazione i soldati me la leggono sulla faccia e spesso mi lasciano passare senza crearmi problemi.A mia moglie ed ai miei figli non ho mai voluto raccontare le centinaia di episodi , lei è apprensiva e loro invece sono impulsivi, sono giovani, meglio evitare.Già faccio fatica a trattenerli quando arrivano i bulldozer a demolire senza far uscire la gente che è dentro quelle stesse case.
Dalla macchina davanti alla mia fanno scendere una donna con un grosso pancione: speriamo che non sia imbottita di esplosivo,penso, però frattanto mi slaccio la cintura di sicurezza. Insieme all’uomo che è con lei, urla che deve arrivare subito in ospedale perché sta per partorire, ma il soldato non perde la calma, è un veterano e le dice di sdraiarsi sul prato perché lui deve controllare la macchina. Solo che il prato non c’è e lei si sdraia per terra nella polvere gridando come un’ossessa.
E’ evidente che ha le doglie, ma nessuno osa scendere dalla macchina.La lasciano ripartire solo dopo che la donna ha partorito.
Quando tocca a me, ridono mentre mi fanno scendere a forza dalla macchina e mi guardano nelle mutande. E pensare che proprio questa mattina ho deciso di dare un passaggio al mio vecchio padre e a Mahmud il mio figlio di 16 anni.
Quando arriviamo in città e mio padre scende dall’auto, lo saluto:” Allah yahlik” “Che Iddio ti conceda lunga vita”.
Lui sorride, un sorriso duro nonostante le gengive vuote e mi dice: “Perchè dovrebbe farlo?”


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