Mò avà’st !

Nessuno seppe spiegare come accadde.
Tutto cominciò in quella assolata ma fresca mattina del 1 Aprile 2006, in quel di Taranto, lat. N 40° 28’ – long. E 17° 14’, vento direzione S/SW, mare forza 3, almeno così si presentava al momento.
Pasquale uscì da un portone anonimo in zona Concattedrale, con addosso una maglietta nera con su scritto un enorme “MO’ AVA’ST!!” .
Era incazzato quella mattina e ne aveva ben donde, con tutto il casino che era successo con quelle tonnellate di rifiuti che alcuni bastardi avevano riversato nel suo mare.
Non che gli uscisse la bava di rabbia dalla bocca ma poco ci mancava, anzi la mamma gli aveva appena detto che le sembrava che i canini gli si fossero allungati, come se volesse azzannare qualcuno.
Erano gli occhi però che erano terribili, sembrava un deposito di lampi e saette da fulminare chiunque.
Arrivò alla fermata dell’autobus che non c’era nessuno, era mattina presto, ma quando il mezzo arrivò e vi salì sopra, sentì che dietro di lui spuntarono improvvisamente dal nulla 5/6 persone.
Non ci fece caso, aveva altro per la testa, era vicino al finestrino poi, e guardava il traffico della mattina presto che cominciava ad aumentare.
Alle fermate seguenti salirono altre persone in gruppo, ma quello che notò fu che nessuno parlava, come se avessero chissà che per la testa, qualcosa di greve.
Scese alla fermata di Corso Umberto, per arrivare a piedi fino poco dopo oltre il ponte, lì in quella piazzetta vicino al Castello, perché era lì che voleva arrivare, ancora non aveva deciso a fare cosa.
Incominciò a camminare a passo spedito, e non notò che dietro di lui le persone aumentavano ad ogni incrocio, da una cinquantina erano diventati 300, 500, poi mille e poi tanti.
E nessuno parlava.
Dalla faccia si capiva che erano tutti incazzati neri.
I vigili all’imbocco del ponte girevole furono costretti a fermare il traffico delle auto per farli passare, solo che non era loro chiaro chi fossero, non una parola, non una bandiera, lo sguardo fisso davanti.
Il ponte sembrò traballare sotto quella improvvisa fiumana di gente.
Pasquale non sapeva cosa pensare, ma aveva intuito qualcosa.
Lui si fermò in Piazza Municipio, con le gambe allargate ben piantate in terra a guardare con occhi che sfidavano tutto e tutti il palazzo di fronte a lui.
Incamerò più fiato possibile nei suoi polmoni, perché aveva voglia di gridare qualcosa, ancora non sapeva cosa.
Poi all’improvviso uscì un enorme “MO’ AVAST!”, ma non fu solo lui a gridare questa parola e fu questa la causa dei vetri delle finestre che volarono in mille pezzi, delle foglie delle palme della piazza che andarono tutte nella stessa direzione, degli allarmi delle macchine che impazzirono, delle finestre che si aprirono e chiusero da sole, delle persone che si aggrapparono ai pali per non essere spazzati via, del fumo che veniva dalla strada di Massafra che ritornò indietro come se fosse arrivata una bufera di grecale.
Le orecchie di parecchi che si aggiravano tra le carte, le istanze e le controfirme del palazzo furono penetrate da questo grido che non avevano mai sentito così , così rabbioso, così intenso, così assurdamente rimbombante.
Sì l’avevano già sentita in passato quella parola, ma era stata sempre detta da scocciato che accetta il destino che Dio gli manda, detta da persona educata, tipo “se la vuoi stare a sentire bene, se no tiriamo avanti lo stesso…” tra un cornetto e una tazza di caffè.
E si guardarono in faccia, non sapendo che fare, poi capirono che era stato toccato il fondo di tutto, ma proprio di tutto, si misero la loro penna in tasca, il loro quotidiano appena comprato sotto il braccio, e ancora con le orecchie che non sentivano assolutamente niente, cominciarono ad avviarsi verso l’uscita secondaria.
Ma non fecero in tempo a fare un passo oltre il portone, che una ondata del raro e terribile tsunami jonico, del quale se ne era soltanto sentito parlare, perché nessuno l’aveva mai realmente visto ( ne era stata trovata traccia soltanto su un antico vaso della Magna Grecia) li sollevò come fuscelli portandoseli via.
Si dice che fu tutta colpa di quel “ MO’ AVA’ST” gridato con tutti i fiati dei tarantini rinchiusi da decenni nei propri polmoni e finalmente liberati tutti insieme, ma c’è anche chi dice che fu il buon Dio.

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